giovedì 5 settembre 2013

Ahzidal - un racconto su Skyrim

... precedente: Ysgramor



«Ciò che Vyrl chiama “magia” è un banale movimento di molecole! Ora guarda, uomo!» l’alto Cuolec svoltò l’angolo e alzò il braccio.
Il ragazzo gli arrivava giusto agli occhi, neri e intensi, ma aveva una struttura fisica più forte e più larga e capelli d’una sfumatura ottone, lunghi e mossi come alghe sott’acqua.
Sia lui che Vyrl scrutarono la palla metallica che sorgeva al centro dell’aedromo.
«Non avevo mai visto nulla di simile!» mormorò Vyrl, grattandosi la tempia, «Potrebbe contenere la casa del Principe delle Nevi!»
«Lasciando ancora spazio vuoto.» aggiunse il biondo.
Cuolec chiuse gli occhi a fessura e si lasciò andare a una risatina. Come i mer, aveva orecchie appuntite, ma più lunghe e sporgenti e il suo viso era ornato da una lunga barba d’un nero bluastro piena di ricci.
«In verità anche questo oculario non rappresenta che la minima parte della nostra scienza.» dichiarò, abbassando il braccio.
«Ma a cosa serve?» chiese il ragazzo.
«Temo ora che il dwemer si lanci in una spiegazione incomprensibile, serpentello.» s’intromise Vyrl.
«No, nessuna spiegazione incomprensibile… per gente civilizzata… ma, perché quel nome?» domandò, curioso, il dwemer.
Vyrl sorrise, mentre il ragazzo divenne rosso.
«Oh, la sua gente adora i draghi… e lui pure.» disse il mer delle nevi.
«Mai sentito di nessuno tanto stupido da adorare quelle bestiacce,» fece Cuolec, sfiorandosi la barba, «però sono potenti e furbe, questo sì! Tra me e una di loro ci sarebbe sempre competizione, mai un rapporto di sudditanza… di sicuro!»
«Fra te e una di quelle bestie ci saresti tu bruciato vivo.» intervenne Vyrl.
Il dwemer, punto sull’orgoglio, si girò a guardarlo: aveva da tempo in serbo una domanda e decise che sì, era venuto il momento di usarla contro la stupidità di Vyrl.
Disse: «Come ha preso il ragazzo la storia di Saarthal?»
Il mer chiuse la bocca e spostò lo sguardo sul suo giovane umano.

Egli strinse i denti e fece scivolare gli occhi sull’arco dell’oculario: come il resto della macchina (e come ogni artefatto dwemer) era d’un metallo color ottone, sconosciuto ai mer e agli uomini; aveva un complesso sistema di lenti che scomponevano e deflettevano la luce stellare assorbita da un cristallo.
Cuolec alzò un sopracciglio e mise una delle lunghe mani ossute sulla spalla del giovane:
«Oh, mi spiace,» disse falsamente, «devi perdonarmi, ma conosco la tua storia: avevi una moglie e dei figli… eri molto dotato nell’arte della magia e li hai lasciati a Saarthal per cercare un maestro tra la gente di Vyrl… spero siano sani e salvi ad Atmora – i membri della tua famiglia, intendo – anche se ho sentito che solo tre persone, tre uomini sono riusciti a fuggire da Capo Hsaarik.»
«Acqua… passata.» mormorò il ragazzo.
«Certo, certo!» disse il dwemer in fretta.
Vyrl si schiarì la gola: «E quella? È Tamriel! La riconosco!» il mer delle nevi indicò qualcosa sulla parete di fronte a loro.
Cuolec fece schioccare la lingua e gesticolò, annoiato: «Oh, sì: prendiamo la luce delle stelle e, attraverso l’oculario, disegniamo mappe.»
«Non c’è terra che io riconosca qui.» mormorò il ragazzo umano.
«Capo Hsaarik…» il dwemer sfiorò una linea costiera col dito, «e qui c’è… uhm c’era…»
«Saarthal.» concluse per lui il biondo.
«E questi punti luminosi?» domandò Vyrl rapido, per salvare la situazione.
Cuolec sorrise: «Certo… i punti luminosi! Questa non è solo una mappa, ma un registro di tutte le linee di forza.»
«Traccia gli agglomerati di magia?» domandò Vyrl.
Il mer barbuto scrollò le spalle: «Uhm, sì.»
«Mereth…» mormorò il ragazzo, toccando la mappa di luce.
«Che interessante corruzione della lingua aldmer, cara effimera creatura!» disse Cuolec, «La parola mer, “popolo”, assieme alla vostra “eth”, terra! Un po’ come mischiare due ingredienti.»
Il giovane non replicò, ma rimase a fissare la mappa.
«Architetto!» una nuova voce s’insinuò nella sala dell’oculario e un dwemer raggiunse i tre, chinando il capo:
«Abbiamo bisogno di te nella caldaia!»
Cuolec emise un sibilo: «Beh! Pare che dovremo interrompere la nostra gita… per il momento. Spero mi farai vedere quel che i mer conservano a Saarthal, caro Vyrl!» disse, facendo un sorriso.
Il ragazzo studiò il viso del mer delle nevi, poi distolse lo sguardo.

* * *

Stava leggendo un libro, ed era seduto sulle rocce di Capo Hsaarik, quando Vyrl lo trovò.
«Una bellissima alba!» fece, a mo’ di saluto, il mer.
Il ragazzo chiuse il libro e se lo mise in grembo.
«Si gela… e hai addosso appena una casacca!» commentò Vyrl, divertito.
«Qualcuno mi ha insegnato a far muovere quattro molecole per scaldare l’ambiente.» disse l’umano.
«Ti sei fatto uno scudo contro il gelo per stare qui a… che stai studiando?»
Il ragazzo alzò il libro dalla copertina color ottone.
«Roba dwemer!» esclamò Vyrl, «Ancora?»
«Sapevi che imbrigliano l’energia dei fulmini?» sbottò l’umano.
«E allora? Non te l’ho insegnato anch’io, forse?»
«Parliamo di cose diverse: tu mi hai fatto vedere come scagliare fulmini dalle mani; loro invece li attirano in quelle macchine.»
«Macchine? Quegli aggeggi sono innaturali!» disse Vyrl, «i fulmini passano attraverso l’aria, la nostra pelle, le ossa, ed è giusto, perché siamo tutti della stessa materia… ma quelle macchine!
“E guarda dove vivono i dwemer! Non si respira l’odore del vento e ci sono sempre rumori, c’è sempre fumo e nebbia e congegni che girano, scattano, frullano… pensavo ti interessasse la magia!
«È la conoscenza che cerco, Vyrl!» sbottò il ragazzo, «Perché credi che abbia lasciato morire mia moglie e i miei figli?
“La gente di Atmora non aveva più nulla da insegnarmi e sono venuto da te.
La creatura dai capelli bianchi sogghignò:
«E ora neanch’io ho più niente da insegnarti, giusto?»
«Giusto? Strano uso che fai di una parola tanto importante, ma è così, Vyrl.» disse il ragazzo.
«Quel libro!» il mer lo indicò, «Chi credi che gli abbia dato la forma che ha? Noi! Siamo stati noi! Invece di srotolare un’unica, lunghissima pergamena da un cilindro, tu sfogli pagine, comodamente seduto! E i dwemer si definiscono intelligenti e si dicono scopritori! Ah!» sbottò.
«Il libro è uno strumento, così come la magia: poco importa chi lo abbia inventato.» disse il ragazzo, guardando le onde pigre del Mar dei Fantasmi infrangersi sulla costa.
«Se la magia è lo strumento,» ribatté Vyrl, «mi domando quale sia il fine.»
Il giovane si alzò e disse:
«La conoscenza… è la conoscenza.» poi gli scagliò il libro ai piedi, «Ora non hai niente da insegnarmi.»

* * *


«Cuolec di Scheziline, che cos’è il sole?» domandò, girando le orbite di un piccolo planetario, il Capo Architetto Yagrom Mzahnch.
Il dwemer allargò le braccia e disse:
«Quando l’Architetto di Mundus volle fuggire da ciò che aveva creato, fece uno strappo nell’Oblivion e se ne andò nell’Aetherius.» recitò Cuolec.
«Dunque è un minuscolo riflesso del reame di Aetherius che noi chiamiamo sole?» domandò il Capo Architetto.
«Possiamo vederla così.» fece Cuolec.
«C’è un solo modo di vederla!» il tono di Mzanch divenne aspro, «Come c’è un solo modo di vedere quel che stai combinando. Credi che umiliare Vyrl e gli altri mer porti vantaggi?
“Non è questo il modo di arrivare a quel che c’è sotto Saarthal, né di prepararsi al ritorno dei Figli del Cielo.
«Gli uomini?» Cuolec impallidì.
«Ma certo, non è una sorpresa!» sbottò Mzanch, alzandosi, «anche i nostri cugini delle nevi lo sanno, pure se il loro principe ha avuto il buongusto di non chiederci nulla,
“Ma ogni animoculotorio di queste parti ha triplicato la produzione di sfere, ragni e centurioni!
«Perché?» domandò Cuolec, alzando la voce, «Cos’abbiamo da temere noi?»
«Siamo dei mer! Credi che gli uomini faranno distinzioni?» replicò il Capo Architetto.

* * *

Come un fantasma, l’ombra traslucida del Principe delle Nevi apparve sulla roccia battuta dal vento.
Le onde sonore della sua voce, portate da una grande distanza e potenziate dalla magia, erano più forti della tempesta.
«Niente convenevoli,» disse, «sappiamo tutti d’avere un problema.»
Vyrl rabbrividì nonostante, come faceva il ragazzo, si fosse lanciato addosso una magia contro il freddo.
«Principe,» disse, annoiato, uno dei mer in piedi davanti a lui, «è buffo che usi quel tono d’allarme visto che ti trovi a leghe da qui, sulla tua piccola isola!»
«Ma noi abbiamo un problema reale,» s’intromise un altro, «per quanto tempo hai regalato la nostra magia a quel Figlio del Cielo, Vyrl?»
«È un ragazzo!» protestò il diretto interessato, «e secondo voi è questo il nostro problema? Non sono le navi che arriveranno qui da Atmora?»
«Battere le spade con la magia è possibile,» intervenne il Principe, «l’abbiamo già fatto… ma quell’umano… lui ha studiato da te, Vyrl!»
«So che i dwemer gli hanno insegnato ad armonizzare le sette nature del metallo.» disse un altro.
Gli occhi bianchi del Principe scrutarono Vyrl e la sua voce chiese:
«Dov’è adesso?»
Vyrl valutò parecchie risposte, poi disse:
«Beh… non ne ho idea.»

* * *

Il ragazzo seguiva due alti e silenziosi mer attraverso una distesa di gialli fiori di finocchio selvatico e pietre levigate dal vento.
L’aria odorava di terra bagnata dalla pioggia e di bergamotto e l’alito del vento sapeva di mare.
Corone d’alchemilla sfioravano i gradini d’un pozzo di marmo bianco al cui centro s’agitava uno sbaffo di luce.
«Ora osserva bene.» la femmina mer indicò il pozzo, facendo tintinnare i gioielli di rame che le adornavano il braccio.
«Questo è un luogo carico d’energia.» disse.
«Che cos’è?» domandò l’umano.
«Un pozzo, non si vede? Solo che è fatto di ferro meteorico e sorge all’incrocio di due linee di potenza… quella luce che vedi è il riflesso delle stelle, ossia un frammento di Aetherius, che noi convogliamo nel pozzo e usiamo.»
Il ragazzo annuì e la mer rivolse la propria attenzione al maschio che le stava accanto e che guardava per terra, senza espressione.
«Una volta finito con lui, dovremo lasciarlo qui,» annunciò la femmina, «perché comincia a puzzare, nonostante l’essenza al bergamotto.»
Poi chiuse gli occhi, sfiorò la fronte del mer maschio e quello cadde come un oggetto inanimato.
«Ora protendi una mano verso la luce del pozzo,» disse al giovane, «richiamala e fattela scorrere dentro! Punta l’altra sul cadavere e bada che questa è un’evocazione più potente rispetto a quelle che conosci: non ci limiteremo a stimolare il cervello rettile, come ho fatto io per farlo camminare sin qua, ma toccheremo il paleopallium e cioè gli daremo emozioni, risveglieremo in lui l’istinto, quindi la magia gli fluirà nell’amigdala, che regola la paura. Avendo paura, potrà sopravvivere a lungo. Ora agisci!»
L’uomo annuì e aprì la mano destra, protesa verso il pozzo. Sentì un formicolio alle dita e vide la luce arricciarsi come fumo. Eccola! S’allungava come un braccio pallido verso di lui.
Sentì una vibrazione forte attraversargli il corpo, quindi stese la mano sinistra e indicò il mer cadavere.
Il morto mosse un dito, poi alzo la mano, piegò le dita dei piedi, il ginocchio, un attimo dopo era in piedi.
Il perizoma ingioiellato si gonfiò, poi negli occhi del morto apparve un barlume di coscienza.
«Il paleopallium agisce sugli istinti sessuali.» spiegò la mer femmina, indicando l’erezione.
Il giovane spostò una mano avanti e indietro; gli occhi del morto seguirono il movimento.
«Non sembra come gli altri rianimati.»
«Perché non lo è.» spiegò la mer.
«È un peccato doverlo lasciare.» fece il ragazzo.
«Te ne darò un altro più fresco al ritorno in città: potrai tenerlo come servitore… o guardia del corpo.» suggerì la donna.
Il ragazzo sorrise e annuì.
Lasciò che il morto si guardasse attorno e inspirò l’odore dell’aria, consapevole, per la prima volta, di avere potere su qualcuno, su un essere inferiore; consapevole di ciò che questo comportava.
Per un breve istante fu tentato di rigettare ogni cosa e di tornare indietro nella sua casa distrutta a dormire presso le tombe dei suoi cari.
Poi sospirò e guardò per terra, neanche s’aspettasse di trovare un binario, di qualche macchina dwemer, che doveva percorrere a forza.
«Il clima è incantevole.» disse, «A quest’ora a Mereth nevica.»
«Oh! Qui accade così raramente che molti non conoscono il significato della parola fal.» disse la mer.
Fal: neve.
Quella parola! Al ragazzo fece tornare in mente Vyrl e il massacro di Saarthal.
Agitò la mano: un gesto distratto che tolse la vita al morto e lo fece crollare a terra.
Sentì le lacrime inondargli il viso, poi i suoi occhi scivolarono sulla donna.
La contemplò a lungo.
Disse:
«Sì, me ne darai uno più fresco…»

* * *


Quello stile regolare e meraviglioso dove l’ottone si fonde col giaietto creando strutture grandi, pulsanti di vita, ammantate dal vapore, dai suoni di macchinari idraulici, e dal riflesso delle dinamo sui globi di lapislazzuli, fra gli architetti tonali era conosciuto come hoagen kultorra.
Personalmente, Cuolec preferiva il più sobrio stile settentrionale o “luogo profondo”.
Ma quell’animoculotorio era stato costruito dal suo predecessore e non ci si poteva fare nulla, proprio nulla…
… esattamente come per risolvere il rompicapo cubico!
Ci stava dietro da sei giorni; muoveva le tessere e schiacciava i bottoni dimenticandosi perfino di mangiare. Per lui era diventata una “questione personale”.
In piedi, sulla torre, con la schiena appoggiata a una delle colonne ornamentali, guardò le caverne del livello successivo perdersi nel lucore degli abissi.
Poi imprecò, strinse il cubo quasi a volerlo rompere e, benché consapevole fosse vergognoso socialmente esternare la propria rabbia, lo scagliò centrando un ragno meccanico di passaggio.
Tamburellò con le dita sulla colonna, accarezzandosi la barba, per poi dar sfogo a un urlo: il cubo s’era mosso e ora galleggiava a mezz’aria.
Le sue facce scorrevano e si piegavano.
In pochi secondi, le tessere andarono tutte al loro posto.
«Non era difficile!» disse una voce.
Il ragazzo era in piedi sul colmo color ottone di un tetto e guardava Cuolec.
Aveva un arco e una sacca a tracolla, una faretra alla cintura. Per il resto sembrava il piccolo, silenzioso apprendista di sempre.
Con un movimento, fece volare il cubo e lo portò al livello del dwemer. Cuolec prese il cubo e se lo rigirò tra le mani.
«Gli ayleidi t’hanno insegnato bene…» mormorò, spostando lo sguardo dall’oggetto all’uomo.
«Sai del mio viaggio?» domandò questi, con un sorriso, «I mer sono dei chiacchieroni!»
«Già. Ad ogni modo, ho troppo lavoro per continuare la pantomima.» sbottò Cuolec.
Il ragno meccanico di prima era già arrivato al livello del dwemer sulle sue zampe d’ottone, quando, improvvisamente si girò e si spostò verso la bassa torre dove stava il ragazzo.
«Volevo solo fare un po’ di conversazione, amico dwemer… qua fuori c’è un esercito di ayleidi morti pronti a rispondere ai miei ordini, quanto a questo simpatico ragno…» il giovane alzò una mano e fletté le dita. La struttura del ragno tremolò e il suo giroscopio fu strappato da una forza invisibile: fluttuando a mezz’aria, l’oggetto finì tra le dita dell’uomo.
Con uno sbuffo di vapore, il ragno cadde nel vuoto e s’infranse in pezzi.
«Attento!» disse il dwemer, «Non sai dove sei finito!»
«Adesso sei tu che fai pantomima!» sbottò l’altro, «So benissimo dove sono: in un posto di cui ho scassinato la serratura facilmente (dopo aver bevuto una pozione a base d’orecchio di mer delle nevi, uovo di ragno e altre cose) e in cui sono sgusciato senza che nessuno, nemmeno le tue macchine, mi vedesse.
«Oh, a proposito di macchine…» fece Cuolec, alzando un sopracciglio. Un paio di sfere scivolarono lungo la rampa e s’aprirono sbuffando vapore e rivelando ciascuna un automa dalla forma umana e dalla testa allungata, dotato di spada e balestra.
Due dardi d’ottone scattarono verso il giovane e rimbalzarono sulla sua tunica, come sulla pietra.
«Agitiamo qualche molecola!» disse questi, aprendo entrambe le mani. L’aria attorno alle dita si scaldò e due getti di fiamma si materializzarono dal nulla e colarono sulle sfere come il soffio di un drago.
«Oh! Ma insomma! Che vuoi?» domandò Cuolec, piccato.
«La mappa delle linee di forza!» rispose il ragazzo.
«Idiota! Vuoi portarti via l’oculario?» ridacchiò il dwemer.
Il giovane scosse la testa e afferrò l’arco, poi lo scaricò su Cuolec. Il dwemer si strinse l’asta che gli sporgeva dal collo; rovesciò gli occhi e cadde giù.
Con calma, il ragazzo aprì la sacca e prese una boccetta, la aprì e ne bevve il contenuto. Sapeva d’acqua di mare.
Una volta finito, guardò la boccetta e la infilò nel sacco. Aveva bevuto solo una modesta quantità d’energia magica. Scrollò le spalle.
Sentì come un soffio di vento. Un dardo rimbalzò contro la sua tunica.
Sulla rampa erano comparsi due dwemer armati di balestra.
Il ragazzo portò l’arco all’orecchio: un balestriere cadde. Un altro dardo rimbalzò sulla veste del mago, che incoccò e scaricò di nuovo l’arco.
Il secondo balestriere riuscì a mettersi al riparo dietro alla colonna di Cuolec; la freccia del ragazzo colpì la pietra che le impresse un furioso momento orizzontale e la scagliò nel vuoto.
Altri due balestrieri apparvero dalle caverne superiori; puntarono le armi.
Il giovane aprì la sacca e bevve un’altra pozione, mentre i dardi saltavano innocui contro la sua barriera magica.
In un attimo, la sua forma si fuse con l’ambiente: il ragazzo sparì alla vista.
Scese dalla torre, coperto dal rumore delle macchine, quindi sgattaiolò in uno dei corridoi ammorbato di luci verdi, pulsanti. Superò un cancello aperto e proseguì correndo.
Dalla sua nicchia nel muro, una sfera dwemer scese lungo il binario di rilascio sino a terra; cominciò a rotolare.
Il giovane si bloccò e si spostò di lato. La sfera cambiò direzione, allontanandosi, rotolando via come una biglia enorme e rumorosa.
Armata di morti!, pensò. La sua armata camminava sulle gambe di un’unica femmina ayleide e si trovava fuori, vestita d’un armatura mer, una spada e un bastone.
D’un tratto si fermò e si nascose dietro un gigantesco intrico di tubi. Sotto di lui c’era una grata di sottili e fitte sbarre d’ottone da cui, a intermittenza, veniva su del vapore caldo.
Una pattuglia di sfere lo oltrepassò rotolando e svanì dietro un angolo.
Il ragazzo si mise a pensare. In un certo senso invidiava gli uomini di Atmora, suoi fratelli: la loro logica semplice, il pensiero dritto come una spada non lasciavano spazio al dubbio e al rimorso. Perfino il colto Ysgramor era poco più d’un semplice fattore superstizioso che adorava totem scolpiti con le fattezze di lupi e orsi.
Invece lui, il ragazzo, era pieno di dolore e di ricordi.
Pensò alla sua famiglia e disse: li ho sacrificati per la conoscenza.
Si sentiva diviso in due: una parte assetata di sapere e di magia, mentre l’altra smarrita nel silenzio d’una notte troppo lunga.
Vorrei che tutto finisse e presto!, pensò.
Non avrebbe retto ancora per molto. A ogni passo, ogni volta che la conoscenza suprema si faceva più vicina, il giovane sentiva la propria sanità mentale svanire.
Allora: fortunati i dwemer che erano nati cinici! Fortunati i falmer che avevano trovato la forza di uccidere un popolo sulla base d’un conto matematico!
Fortunati gli ayleidi che davano la vita ai morti e gliela toglievano senza starci a pensare.
Quel ragazzo, invece, a neanche venti estati aveva dovuto prendere decisioni terribili e dolorose.
Ora odiava la magia, odiava la scienza, non più di quanto odiasse i mer che avevano distrutto Saarthal.
Ma era anche lui sul binario di una sfera e doveva andare avanti.
Scivolò giù dai tubi e percorse un altro corridoio.
Vide alcuni dwemer aprire un enorme cancello e precipitarsi ad attivare un centurione meccanico.
Si fermò, incoccò una freccia e scaricò l’arco.
Uno dei dwemer cadde.
«Dov’è?» urlò un altro.
Il ragazzo portò una freccia all’orecchio. Colui che aveva finì a terra.
Le sfere si bloccarono e tornarono indietro. Aprendosi, puntarono sul ragazzo le balestre.
Un dardo rimbalzò sulle sue vesti, un altro gli graffiò il fianco.
Due guerrieri completamente corazzati spuntarono dal passaggio di destra.
I dwemer avevano sul serio l’incursione.
Il giovane scartò l’arco e aprì la mano destra.
Annaffiò una delle sfere con un interminabile cono di fiamma; sollevò la seconda e la scagliò forte contro la terza.
In uno sbaffo di luce gli apparve in pugno una spada nera, circondata da un alone di nebbia viola.
Fece la stessa cosa con la mano sinistra ed evocò un pugnale.
I guerrieri gli vennero incontro. Nonostante i dwemer si dedicassero molto all’architettura, alla scienza e allo studio delle stelle, nonostante le loro armature fossero piene di dettagli inutili e belli, erano equipaggiamenti da guerra a tutti gli effetti: robuste e ben progettate.
La spada scivolò sulle piastre pettorali di un guerriero e la lama del pugnale fu deviata dalla finta bocca sull’elmo.
L’ascia del dwemer s’abbatté sul braccio sinistro del giovane, con uno schizzo di sangue.
Sbilanciato, il ragazzo cadde e aprì la mano destra. Il guerriero alzò l’ascia e caricò il colpo.
Ma in uno spasmo di vibrazione, dalle dita dell’umano scaturì una catena di fulmini che avvolse il dwemer.
Un puzzo di carne bruciata e uno sbaffo di fumo uscì dalle fessure dell’elmo, poi il guerriero s’accasciò e cadde con rumore di metallo.
Il giovane sollevò l’ascia e la scagliò addosso all’altro dwemer corazzato.
Si alzò e fece un salto all’indietro, balzando fino ai tubi e arrampicandosi. Seguì il corso di uno di essi e si lasciò cadere su una rampa di gradini luminescenti di verde.
E di nuovo scomparve.
Lungo il cammino, si fermò, frugò nella sacca e prese uno degli elisir curativi che aveva distillato lui stesso nella terra degli ayleidi, lo stappò e lo bevve.
Quando raggiunse l’uscita, vide parecchi ragni pattugliarne il corridoio e un guerriero alla porta, presso il meccanismo a leva d’apertura.


Telecinesi nella mano destra, fulmini nella sinistra: il ragazzo scagliò la propria forza sulla leva.
I ragni lo videro e gli si gettarono incontro.
La leva si mosse, facendo scorrere l’enorme porta.
Una scarica di fulmini bruciò il giroscopio del primo ragno. Il guerriero portò una freccia all’orecchio e la scagliò.
Il suo perfetto volo fu interrotto da una forza telecinetica e la freccia schizzò lontano, innocua.
I ragni inseguirono il giovane mago sino agli alloggi delle guardie, dove un braciere ardeva accanto a tavoli e sedili scolpiti nella pietra.
Le gambe del giovane lo portarono sopra uno dei tavoli; con la sinistra frisse la dinamo di un altro ragno, con la destra ne fece scivolare un terzo.
Poi il tavolo si sollevò e lo colpì sul fianco.
Uno dei ragni, scaricato il proprio dardo elettrico sul mago, balzò sulla sedia e alzò le zampe metalliche.
Il giovane vide l’enorme rubino scintillare al centro del giroscopio e le chele color ottone aprirsi e chiudersi, pronte a schiacciargli la testa come si fa con una noce.
Poi, in un lampo, qualcosa portò lì una creatura spettrale, non legata al mondo fisico, traslucida eppure ben tangibile nella sua forma di grosso lupo di vapore azzurro.
Con le fauci s’avventò sul giroscopio e lo strappò dal torso del ragno, lasciando la macchina a girare impazzita e a sputare vapore.
Il giovane cercò di alzarsi, mentre colui che lo aveva salvato già scivolava in un altro piano d’esistenza, abitato dagli spiriti.
Presso la porta, inchiodato al muro, il dwemer giaceva con una spada conficcata in gola.
E sull’uscio, ecco una alta ayleide dai capelli neri, vestita d’una corazza mer e con un bastone magico in pugno.
Il giovane sorrise con la bocca sporca di sangue:
«Bene!» disse, «Finiamo di conquistare questo posto.»
Poi sentirono uno schianto e videro l’enorme testa del centurione sorgere dai livelli inferiori.

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