giovedì 6 febbraio 2014

A bootleg liquor-powered android - Tante storie di fantascienza




Guidava da quattro ore bevendo caffè, quando vide il ranch nel deserto. L’ultima invenzione era produrre il whisky in Messico e scaricarlo lì. C’erano tre furgoni e dei cavalli. Non che Ames fosse uno sbirro o baciasse il culo alle “sorelle della temperanza”. Stava seguendo una traccia e sperava che fosse la volta buona.
Guidò la macchina fra i cespugli e giù per una duna, a ridosso di un canyon. Afferrò il mitra e risalì la scarpata. Se sbirri e federali l’avessero beccato con quel ferro in pugno… beh, c’era la gattabuia a Florence. Doveva andarci coi piedi di piombo ed eliminare ogni traccia.
Si avvicinò al ranch da nord. Le ombre erano lunghe.
Poco più in là, dei tizi fumavano e scaricavano casse in uno dei furgoni. Forse avrebbero riempito solo quello, usando gli altri come specchietto per le allodole.
I veicoli erano tutti uguali. Sulla fiancata c’era scritto “servizio postale degli Stati Uniti”. Non sapeva come avrebbero fatto ad abbattere i costi di trasporto. Il liquore, sicuro, era distillato da robaccia messicana e venduto oltreconfine per pochi centesimi o addirittura, per niente. Magari c’era un accordo con gli sbirri di frontiera e questi chiudevano un occhio sul viavai da Nogales.
Si avvicinò. Oltrepassò i recinti e si nascose dietro un abbeveratoio. Sopra di lui correvano i fili del telegrafo e i pali della luce elettrica.

Dal ranch uscì un uomo armato di fucile e con un sigaro in bocca. Ames lo riconobbe come un vicesceriffo di Pima. Era abbastanza vicino da distinguere il ghiaccio nei suoi occhi azzurri. Il vice guardò a destra, a sinistra, poi disse agli uomini di sbrigarsi e rientrò.
Ames approfittò del momento per correre verso i furgoni. Si nascose dietro il primo, lo aggirò e mise fuori il naso. Dietro l’angolo, vide gli uomini continuare le operazioni. Un pennacchio di fumo si levò dal terzo veicolo.
I cavalli erano più a destra, legati alla staccionata. Erano quattro e avevano tutti la sella. Sui quarti, Ames riconobbe il marchio Crazy T, di un ranch di Three Points. Se non erano rubati – e in quel caso, i ladri avrebbero contraffatto il marchio – era possibile che il padrone del ranch avesse a che fare con lo smercio di alcolici. Assieme al vice, naturalmente.
Pensò di rivendere quell’informazione ai federali, e sorrise. Abbassò gli occhi per un attimo e sentì lo sbuffo di sospensioni idrauliche. Quando li rialzò, vide l’automa guardarlo dalla canna di un Thompson.
Era una specie di cavaliere rinascimentale di due metri, tutto d’acciaio. Un pennacchio di fumo gli usciva dalla testa e dalla grata dell’elmo.
Ames si gettò dietro il furgone, mentre l’automa faceva partire una scarica. I cavalli nitrirono e s’impennarono. I criminali urlarono e si gettarono a terra. Il vicesceriffo schizzò fuori dal ranch, sparando.
Il Thompson dell’automa fece esplodere il finestrino anteriore sinistro del primo furgone. I colpi viaggiarono verso il parabrezza, descrivendo una traiettoria obliqua nell’abitacolo. Il parabrezza esplose e schegge di vetro graffiarono l’orecchio di Ames. L’uomo indietreggiò, senza sparare.
«Hey vice, ho beccato un topolino!» disse l’automa, con accento metallico, e in perfetto americano.
«Dietro il primo veicolo!» aggiunse, a mo’ d’informazione per i criminali.
Il vicesceriffo balzò dal retro del furgone e puntò il fucile addosso a Ames. «Maledetto sbirro!» disse, muovendo la leva dell’arma.
«Non… n-non sparare! Non sono della polizia.»
«Beh, io sì,» disse il vice. «E tu sei un contrabbandiere: stavi fuggendo e t’ho impallinato.» aggiunse.
Ames capì che non avrebbe avuto scampo. E sparò. La raffica abbatté l’uomo. Poco più indietro, l’automa aprì il fuoco su di lui. L’uomo si gettò in avanti e sentì come un soffio caldo sui pantaloni, all’altezza della gamba destra. Atterrò con i gomiti nella polvere e, per il contraccolpo, batté la testa. Si tagliò su un pezzo di scisto e sentì bruciare. Appoggiò la schiena al furgone e girò il mitra a sinistra. Inquadrò le gambe metalliche del robot. «Mi dispiace, amico.» disse, aprendo il fuoco. Le pallottole rimbalzarono sulla corazza. Una bucò la gomma anteriore destra del furgone. Ames si diede un forte slancio e si staccò dal veicolo, alzandosi in piedi. La gamba destra gli faceva un male d’inferno. Si trovò davanti un uomo e sparò. Il Thompson vomitò fuoco e l’uomo crollò nella polvere, schizzando sangue. I cavalli continuavano a nitrire.
Ames si gettò in avanti e finì contro la parete del ranch, vicino ad una delle finestre. Sentì il vetro schiantarsi e un soffio gli passò fra i capelli. Sentì qualcosa di caldo colargli sulla nuca, come se gli ci avessero spiaccicato un uovo sopra. Si gettò a terra. Un uomo uscì dalla porta e si fece scudo col battente. Ames sparò al battente, crivellandolo. Sentì il tonfo di un corpo che cadeva. Poi, la parete vibrò, mentre dei colpi di Thompson esplodevano tutto attorno. Schegge di legno volarono a conficcarsi nel braccio destro di Ames. Con sbuffi di vapore, l’automa avanzava, lungo il fianco del primo furgone.
«Sei kaputt, amico.» disse il robot. L’uomo digrignò i denti e schizzò all’interno del ranch. Superò un corpo riverso, sentì un urlo e vide una sagoma avvicinarsi dalla stanza principale. Un uomo, una specie di bestione barbuto, impugnava una scure da boscaiolo, tenendola alta sopra la testa. Ames puntò il mitra e premette il grilletto. Sentì un clic e il percussore scattò a vuoto. Gettò il mitra contro l’uomo, che lo deviò con la scure. Si sentì il crac del legno, quando il barbuto conficcò la lama tra le assi della parete, dove prima c’era stato Ames. La finestra esplose totalmente, crivellata dai colpi dell’automa. Le pallottole intercettarono un secondo uomo, che si trovava già all’interno del ranch, e che aveva sparato ad Ames, sfiorandogli la nuca.
L’uomo, colpito, urlò e l’automa disse: «Cristo! Scusa, amico.»
Poi, dalla sua gola metallica, uscì un singhiozzo. Sembra ubriaco!, pensò Ames. Era possibile per un automa sbronzarsi? Evidentemente sì.
Sferrò un pugno al fianco del barbuto, strappandogli niente più che un piccolo gemito. Quello lo guardò, da sotto le sopracciglia da gufo. Un sorriso di denti gialli lampeggiò fra i peli della barba.
Ames afferrò una sedia e gliela scagliò addosso. L’uomo si scansò, mollando il manico della scure. Ames si precipitò sull’arma, digrignò i denti, urlò e la staccò dalla parete. Il contraccolpo lo fece cadere di schiena.
Il barbuto ruggì e gli si gettò addosso, deciso a finirlo. Ames riuscì a scagliargli addosso la scure. La lama si conficcò nel cranio, col rumore di una manata su una pozza di fango.
Il barbuto girò gli occhi e crollò sul pavimento. Ames, rotolando di lato, si alzò, guardò nel vano della porta. Là c’era l’automa. La cresta dell’elmo sfiorava l’architrave. Da dietro la grata, lampeggiavano due occhi gialli come lampadine elettriche.
«Alza le mani, baby!»
Ames obbedì. Dal pantalone destro, sangue stillava sulla scarpa.
Era una situazione bizzarra: un uomo, stravolto da ore di sonno perso e dal troppo caffè, stava in piedi, a mani in alto di fronte a un’armatura del rinascimento animata e con un mitra in pugno… un’armatura che fumava dalla testa e sembrava ubriaca fradicia.
«A-ascolta… ti cerco da un sacco di tempo.» esordì Ames.
«Cerchi… me?» domandò l’automa.
«Sì! Sei la più grande invenzione di Leonardo! Ti conosco bene fin da quando partecipasti ai tornei in Francia. La mia famiglia viene da lì… il mio trisnonno era Jacques Ambrose di Arles… d-discendiamo da una stirpe di patrizi dell’antica Roma, gli Ambrosii…»
«Non sei uno sbirro?» domandò, perplesso, l’automa.
«No! No!»
«E cerchi me.» ora il robot sembrava pensieroso. Piegò la testa in basso, come a guardarsi le punte dei piedi.
Quando la rialzò, le lampadine brillarono più intensamente.
«Provami che sei chi dici di essere.»
«O-okay, ma dovrò mettere la mano all’interno della giacca… p-per prendere i documenti.»
«Fallo, tanto se cerchi di fregarmi, ti sparo.» disse l’automa.
Ames annuì e mise la mano dentro la giacca, afferrò il passaporto e lo tese.
«Gettalo verso di me.» disse l’automa. L’uomo obbedì. Il passaporto cadde ai piedi del cavaliere metallico, che si chinò e lo afferrò con una mano.
«Gordon Ames, avvocato di San Francisco.» disse.
«Sono io.» confermò l’uomo.
L’automa annuì e scosse il testone metallico. Abbassò il mitra. Quando parlò, fu come se pensasse ad alta voce. «Forse, dopotutto… beh, quantomeno è meglio che stare con i contrabbandieri…»
«Ascolta… io non sono un automa di Leonardo da Vinci, ma ho aiutato Leonardo a inventare l’armatura che vedi… e poi gliel’ho rubata. L’ho fatto per un motivo valido, ossia, proteggere la mia gente.»
L’altro corrugò la fronte. «Non capisco.» disse.
«Abbassa le mani, non voglio spararti.»
«Okay.»
«Dunque… puoi aiutarmi? Puoi aiutarci
«Beh… ehm, signor automa, io…»
«Coraggio!»
«C-certo…»
L’automa annuì, poi lasciò cadere il mitra. Con un grosso indice metallico, si premette il sottogola dell’elmo. E avvenne una cosa straordinaria: l’elmo si aprì, con uno sbuffo di vapore e, con esso, si aprì una parte del torace. Le spalle ruotarono all’indietro e il petto si spaccò in due.
Quando il vapore si dissipò un poco, Ames allungò il collo e sgranò gli occhi.
«Occristo!» disse.

Due manine rosa da bebè stringevano le leve dei comandi dell’automa. «Sono una creatura di un altro pianeta.» disse una voce profonda, dentro al vapore.
Ames sentì, dietro la schiena, la parete della stanza del ranch e vi appoggiò i palmi.
«Mi risulti schifoso anche tu e tutti gli umani.» disse la creatura. Dal vapore venne fuori una testa calva, rosa, informe, con un paio d’occhi e una bocca senza labbra.
«Avete i piedi, la colonna vertebrale… insomma, fate schifo, v’assicuro, ma sono stato costretto a vivere in mezzo a voi per seicento anni e, come dire, mi sono abituato.»
«Occristo!» disse Ames.
L’automa si richiuse, nascondendo la creatura. L’elmo si rimise in posizione e le lampadine si accesero.
«Nella speranza che tu recuperi un po’ di sale in zucca.» disse l’alieno.
«C-certo…»
«“C-certo” non mi aiuta.»
Ames deglutì.
«Mi hai seguito per tutto questo tempo e ora sono davanti a te, perciò evita di startene in silenzio e dimmi… da avvocato a creatura di un altro mondo… c’è la possibilità che io e i miei diventiamo apache jicarilla?»
L’uomo strabuzzò gli occhi. «C-come?»
«Beh, è semplice: il governo ci cerca, ci ha sempre cercati… qualsiasi governo, fin da che arrivammo in Francia, da che la nostra nave si schiantò. Siamo riusciti a sfuggire a tutti i “federali” di tutte le epoche, ma con questi è più difficile, però, da che lavoro coi gangster, ho imparato un paio di cose di giurisprudenza e credo d’aver trovato la soluzione al problema. Se chiedessimo e ottenessimo asilo dai jicarilla, beh…»
Ames sgranò gli occhi e annuì. «Sareste fuori dalla giurisdizione federale!» disse.
«Vedi che c’intendiamo? E ora, se sei così gentile da darmi una sigaretta…»
«C-come?»
«Accendila e ficcala nella grata!»
«C-così?» domandò Ames, prendendo una sigaretta, accendendola e avvicinandola all’elmo.
«C’è un tubicino che mi porta il fumo dritto nella cabina di pilotaggio.» disse la creatura. «Stessa roba con l’alcol… e, tra parentesi, quella roba messicana fa schifo.» aggiunse.
«Ma non è possibile… non sta capitando a me.» disse l’uomo.
«Invece sì, amico.» il testone dell’automa fece su e giù.
«Ora è meglio levarsi di torno. Un avvocato in prigione non mi serve.»
Ames annuì e guardò i corpi dei gangster.

fine

1 commento:

  1. Questo, come altri scritti per ora, è un esercizio di scrittura e fa anche le veci di racconto. Sto adoperando gli esercizi per imparare l'uso del corsivo, per migliorare l'uso dei dialoghi, per imparare le regole sui numeri, sulle date e cose del genere.
    Questo, in particolar modo, l'ho usato per ridurre la ripetizione del nome del protagonista, difetto che mi ha evidenziato Daniele Imperi sul racconto Connor Kenway.

    Saludos!

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